26 giugno 2015

Storie di buchi

Perché io mi ricordo il giorno in cui sono nato, non è mica da tutti. Era inverno, febbraio. Sono stato generato da padre austriaco. In quel periodo Padova era governata dagli Asburgo, controllata dai militari. Il giorno in cui ho conosciuto la luce sono morte diverse persone: studenti e soldati. La mia nascita è legata alla repressione di una rivolta, un moto a luogo in cui la meta è la libertà.

Vivo al Caffè Pedrocchi da quel giorno del 1848. Ho vissuto due ’48, visto cambiare le mode, i volti, i contenuti dei discorsi dei clienti del caffè. Io mi sento italiano, insomma, perché non dovrei? Sono nato e vissuto sempre e solo qui. Forse perché sono più legato alla libertà che alla costrizione, ho scelto la mia appartenenza. Vedo la vita a tutto tondo e di storie ne ho viste tante, accompagnate da musica varia, moderna, contemporanea, neoclassica, jazz.

Molti occhi mi cercano spesso, alcuni entrano ignari di essere osservati. Incrocio il loro sguardo e leggo le loro storie, le assorbo e trasmetto la mia.

 

 

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Io e la mia sede lavoriamo bene insieme. Certo, reggere un Veronese non è al pari della Monna Lisa ma c’è un bel po’ di traffico anche da noi! Poi tutti quegli obiettivi, così insistenti, la calca per vederla da vicino.

Il mio foro è fantastico, accomodante. Veramente. Ogni tanto mi sento appesantito, ma lui mi asseconda e mi rimette a mio agio. Il nostro è un lavoro di squadra e non tutti vanno d’accordo come noi. E’ un rapporto speciale. Non smettiamo mai di lavorare, sempre lì. Devi trovare una certa sintonia per durare. Raccontiamo sempre di quella coppia che dopo l’ennesimo litigio buttò giù un Tintoretto! Il chiodo che si lamentava di avere i crampi e il buco che continuava a respingerlo dicendo che non poteva muoversi continuamente perché gli si allargava il diametro. Beh, il chiodo se ne esce dicendo che il buco aveva poco da lamentarsi visto che non faceva molto e tutto il peso se lo reggeva lui. Allora il buco senza dire niente lo sputa fuori e sbam: chiodo e quadro si ritrovano sul parquet!

Ecco, questo per dire che non è un lavoro da tutti e tra tutti. E’ una questione di equilibrio.

 

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Scientificamente non saprei dire come sono fatto o esattamente come funziono. Ci sono odori che non dimentico mai, li registro e quando mi capita di risentirli mi ricordo il momento esatto in cui l’ho registrato. La prima volta che ho sentito il profumo del pane ero molto più piccolo. E’ inconfondibile e irripetibile, qualcosa di magico. Proveniva dal panificio vicino alla scuola elementare, lo sentivo dall’inizio della via e mi trasmetteva un senso di calore. Quando il pane è caldo mi si dilatano le pareti e faccio entrare più aria, più profumo. Rimane solo per qualche istante perciò cerco di trattenerlo finché posso. Non  posso imprigionarlo se non nella memoria olfattiva. Quando poi non lo sento più cerco di ricordarlo. Si crea un legame, immagino la forma del pane, la farina usata, il forno. Scandisco gli ingredienti, ne indovino la provenienza, le mani che lo hanno plasmato.

Questo rappresenta per me far parte di un naso.

 

 

  

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