26 giugno 2015

Il caso di Monica

– dalla parte del buco –

Non so ancora perché Monica decise di farmi e farselo. Era un sabato come tanti altri, nulla era andato storto né qualche carenza si era palesata in maniera fastidiosa al suo esame di realtà.

Il fatto che avesse accettato la sua solitudine potrebbe essere un motivo, però a tutti sembrava che quell’isolamento le venisse naturale e lo praticasse come una rigorosa scelta spirituale.

Ogni sua attività faceva parte di un meccanismo, portava a termine ingranaggi affinché l’orologio spostasse le ore provando che tutte quelle attività avessero prodotto tempo vissuto pienamente. L’intera sua vita era uno dei tanti compiti da portare a termine. Il suo lavoro le piaceva, il capo la stimava, con i colleghi andava d’accordo. Almeno una volta alla settimana usciva con alcuni di loro per un aperitivo o una cena. La domenica andava a pranzo dalla sorella, Elisa, e i suoi due figli.

Il giorno prima si era alzata presto anche se non sarebbe andata a lavorare perché le avevano dato un giorno di ferie per recuperare gli straordinari. Era andata in banca per sistemare alcuni cavilli. Andando al supermercato aveva preso del pane e la Viennetta. Passando in videoteca aveva noleggiato Via col vento. Tornando verso casa, si era fermata in un negozio di abbigliamento in cui in passato aveva comprato diversi abiti: quello per il matrimonio della sorella, per il colloquio con il capo quando l’avevano promossa responsabile. Comprò una gonna a vita alta e una blusa a manica lunga. Pranzò alcuni avanzi della sera prima e poi si mise a pulire la casa. Quella sera era invitata a cena a casa di Elisa che festeggiava il compleanno. Si erano fatte le sei del pomeriggio e iniziò a prepararsi. Uscì di casa alle sette in punto. Vicino al parcheggio dove teneva la macchina c’era una pasticceria, prese un semifreddo e si avviò alla macchina. La casa della sorella si trovava dall’altra parte della città quindi ci avrebbe messo poco più di mezz’ora ad arrivare. Accese l’autoradio e partì il cd dell’album Quarto tempo di Roberto Cacciapaglia.

La cena era andata molto bene e il regalo aveva commosso Elisa. Una cornice portafoto che aveva preso alla fiera del legno di Milano fatta da un artigiano sardo con legni trovati in spiaggia, levigati dal mare. Aveva inserito una foto di loro due durante una vacanza in Corsica, vent’anni prima, quando erano partite senza aver organizzato nulla del viaggio se non il traghetto per Bastia. Entrambe la ricordavamo spesso come una vacanza indimenticabile. Rientrata a casa, dopo essersi lavata i denti e struccata, andò a letto e dormì un sonno profondo e ristoratore.

Il mattino seguente, subito dopo essersi svegliata, si mise a cucinare: lasagne al forno e arrosto con patate. Le ci vollero quasi tre ore per preparare tutto. Si era fatto ormai mezzogiorno. Dopo aver apparecchiato la tavola con la tovaglia e il servizio di piatti buono, entrò in bagno e si lavò. Indossò gli abiti che aveva comprato il giorno precedente.

Mangiò tutto masticando molto lentamente, gustando quello che aveva cucinato. Erano i suoi cibi preferiti. Quando ebbe finto preparò la caffettiera. Bevuto il caffè, inserì il dvd nel lettore, si sedette sul divano accendendo la televisione e premette il tasto play per far partire il film.

A circa metà film andò in bagno e prese la siringa, il disinfettante e il cotone dal mobiletto dove teneva i medicinali. Tornata in soggiorno prese un piattino e  un tovagliolo, ci appoggiò sopra la siringa con doviziosa precisione. Sul tavolino ai piedi del divano c’erano carta e penna. Scrisse alcune righe. Il video proiettava la scena in cui Rossella si occupa della terra di Tara, con i capelli in disordine e gli abiti lisi e sporchi. Monica prese il disinfettante, imbevette il cotone e se lo passò lungo la piega del braccio sinistro. Fece partire di nuovo il film fino ad arrivare alla scena dove Rossella deve andare da Rhett Butler per estorcergli denaro e comincia a farsi fare un vestito con le tende della tenuta. Premette pausa e dal piattino raccolse la siringa e tirò lo stantuffo  verso di sé in modo da far entrare l’aria. Con la punta dell’ago trovò la vena e spinse. L’aria si trasferì dentro la vena e Monica ripose la siringa sul piatto. Si distese e aspettò.

Mi piace pensare di aver fatto da tramite, ingresso non di un senso di fallimento ma di arbitrio supremo. Di tutto quello che è stato detto dopo il ritrovamento del corpo non ne tengo conto perché ho visto i suoi occhi non appena sono stato fatto. Ci ho visto un moto liberatorio, coscienza di momenti felici. Semplicemente, forse non ne aveva più voglia. E’ altrettanto plausibile che avesse raggiunto quello che voleva. Quando una persona si toglie la vita si va sempre a pensare che la sua esistenza fosse triste, dolorosa, che avesse carenze affettive, non fosse soddisfatta di qualcosa, eventi passati dalle cicatrici troppo profonde. Io non ho indagato sulla mia genesi. Posso soltanto avere uno sguardo sullo sguardo. Abbiamo comunicato così. Era tutto troppo calcolato per andarsene felice perché si pensi che ci fosse solo tormento. Mi dispiace che abbia vissuto le esperienze con diligenza, anche nell’ultimo atto del teatro della vita ha espletato il compito con il rigore di un chirurgo.

“Ma non hai provato un po’ di pena per lei?”

Ho preferito non essere giudicante, prendere atto della sua scelta piuttosto che indignarmi per il suo non aver voluto trovare un’alternativa. E non dico questo perché mi fa comodo, cosciente del fatto che se non si fosse mossa in tal senso io non ci sarei mai stato. Lo dico perché rispetto la sua decisione. E’ andata contro tutti, perfino se stessa, e ha vinto. Non si è lasciata vincere. Se volessimo leggerlo come un atto di coraggio, nel caso in cui non fosse riuscita a portare a termine il disegno, il piano, il compito, come vogliamo chiamarlo, avrebbe passato il resto dei suoi giorni a svolgere oneri meccanicamente, vivendo senza vivere, sopravvivendo agli eventi. Io questo non lo auguro.

“E non pensi che avrebbe potuto farsi aiutare, in qualche modo?”

Certo che avrebbe potuto. Ma tutto questo rientra nel suo diritto di scelta. Non credo che una persona debba avere soltanto motivazioni catastrofiche, sentimenti negativi costanti, per arrivare al suicidio. E’ una banale semplificazione pensare ciò, perché rende anormale, spesso amorale, un gesto che di per sé va al di là della comprensione umana. E’ riduttivo pensare che un individuo scelga di non vivere più nel momento in cui sente di non riuscire ad essere felice. Penso che avesse raggiunto una consapevolezza tale da non avere neanche bisogno di lasciare una lettera o uno scritto, una testimonianza della sofferenza patita. La fine del suo film preferito l’ha vista: Rossella si rende conto che tutta quella ricerca di uomini, di affermazione, di ricchezza, di amore sono servite per riportarla alle origini, a Tara. Così ho compreso la sua scelta come un ritorno alle origini. Un buco l’ha fatta uscire, con un buco si è liberata.

Monica è morta all’età di 51 anni per embolia polmonare autoindotta.

 

  

Lascia una risposta

Vai alla barra degli strumenti