26 giugno 2015

E

Voglio raccontarvi la mia breve storia.

Non è felice, forse… un po’ triste, ma è tutto ciò che ho.

Non ho un occupazione. Anzi, ce l’avevo, ma l’ho persa due mesi fa;

non so che fare, così, ogni mattina scendo le scale che portano sulla via principale della città, e cammino senza una meta, respirando l’aria inquinata e malsana di questo paese che ha ben poco da offrire, ma mi va bene così.

Sono nata e cresciuta a Taranto, nel quartiere Paolo Sesto, e ben presto, io e la mia famiglia, abbiamo deciso di andare via e trasferirci con i pochi risparmi rimasti, in città, sperando di non incorrere in sparatorie e scambi di droga ogni santo giorno.

Anche qui però, le cose non sono migliorate poi tanto: mio padre, umile operaio dell’Ilva, ha subito un incidente sul posto di lavoro, e quei disgraziati se ne sono lavati le mani.

Così, con mio padre steso in un letto e mia madre che non aveva mai lavorato in vita sua, le nostre scorte di cibo erano destinate ad esaurirsi, così decisi di darmi da fare e di aiutarli, per quanto potevo.

Vendetti tutti i libri nuovi che, con tanti sacrifici, mio padre mi aveva comprato, e decisi che da allora in avanti, la scuola non sarebbe più stata posto per me poiché troppo costosa.

Iniziai a lavorare in campagna, da un signore, amico di mio padre, che ogni qualvolta arrivavano i controlli, mi nascondeva dietro la gonna di qualche signora a me sconosciuta, perché lo avrebbero sicuramente arrestato per sfruttamento minorile, in quanto non avevo nemmeno 14 anni; con i soldi che portavo a casa, riuscivamo a stento a pagare le cose indispensabili, comprese le medicine per mio padre.

Con il passare del tempo, la situazione sembrò sistemarsi, e l’allora grave disagio economico si trasformò in uno stato di benessere così assurdo e utopico, che nemmeno io riuscivo a crederci.

Mio padre, guarito dal periodo di malattia, tramite un suo amico, aveva trovato posto come guardiano in un’abitazione di ricchi benestanti, e per quanto io possa oggi ancora ricordare, quello fu il suo lavoro sino alla fine dei suoi giorni.

Morì all’età di 47 anni, ma io non ero con lui.

Compiuti i vent’anni, capii che era arrivato il momento di andare via, via da una terra senza futuro, così salutai Taranto e diedi il benvenuto alla città di Milano, con il suo teatro e il suo imponente duomo.

A Milano venni immediatamente ingaggiata come receptionist in un hotel, e devo dire che la vita lì mi piaceva tantissimo, anche se era molto più cara rispetto a quella di giù.

Passavano i giorni, e mi rendevo sempre più conto che mi mancava qualcosa: sentivo un vuoto dentro me, un vuoto che non sapevo spiegarmi il perché mi attanagliasse così tanto; mi mancava quella terra disgraziata, priva di amore, priva di ogni forma di rispetto, ma ci sarei tornata: molto presto.

Infatti, due anni dopo la mia partenza da Taranto, ci ritornai, non so proprio per quale motivo.

Avevo nostalgia di mia madre? Degli amici? Dello smog?

Fatto sta che, dopo otto ore abbondanti di treno, giunsi alla stazione di Taranto, e, proprio in quel momento, si scatenò un alluvione terrificante.

Fulmini, tuoni, tempesta di vento e di acqua, intorno a me, dentro me: brividi di freddo sulla pelle, scarica di adrenalina.

E mentre tutti i viaggiatori cercavano rifugio all’interno della stazione, io correvo fuori, perché proprio in quel momento avevo deciso di vivere.

Era quello che mi mancava: per tutti quelli anni avevo vissuto la vita di qualcun altro, avevo respirato un’aria che non era la mia, ed ero pronta a rimediare.

Cascate di pioggia mi bagnavano tutta, eppure non mi spostavo.

Chi mi guardava gridava – entra dentro, non vedi che sta diluviando? – eppure io restavo, restavo e ridevo, perché non mi ero mai sentita così bene.

Era come se l’acqua rappresentasse la purificazione, la liberazione da ogni schiavitù, la nascita a vita nuova.

Taranto, la mia città, quella stessa che avevo odiato, adesso era purificata, liberata da ogni forma di schiavitù da parte di gente incompetente e ingannevole.

Un’ora dopo fui portata urgentemente in ospedale con febbre alta e non so cos’altro.

Ma non m’importava.

In quel momento ho avuto l’assoluta certezza che non bisogna mai rinnegare le proprie radici, perché esse fanno parte di noi, sono già in noi ancor prima che noi lo sappiamo.

Amare la propria terra, lodarla, difenderla da ogni male: è ciò che io non ho fatto, e l’alluvione pulirà tutto il marcio che ancora è in me, portando amore nel mio cuore, o forse, solo un po’ di sole.

 

 

 

 

  

Lascia una risposta

Vai alla barra degli strumenti