23 giugno 2015

Il buco di Gaia

Nero, rotondo e soprattutto vuoto. Un buco lo immaginiamo così: qualcosa che non esiste, ma che avendo un nome c’è, e c’è perchè c’è dell’altro intorno.

Avevo circa 8 anni quando lessi il libro intitolato “Un sacco di Nulla”, di Eveline Hasler.

Era la storia di un tizio che collezionava i buchi del formaggio; acquistava solo quello con più buchi per metterli insieme dentro una scatola.

Paradossale, non – sense.

 

-”Pronto?”

– “Signorina, buon giorno. Chiamo per la sua candidatura presso la nostra Associazione. Al momento siamo al completo ma ci farebbe piacere averla nel nostro staff come volontaria. Resta comunque disponibile? Possiamo tenere in considerazione il suo nominativo?”

– “Salve, si… Ehm. No. Al momento collaboro con altre Associazioni di volontariato. Se riuscirò ad organizzarmi potrei esserci, però… Risentiamoci ecco. Buona giornata”.

 

Primo buco della giornata. Candidatura andata a male.

Permettetemi una dose di cinismo ma io, la volontaria non la faccio. Non esiste mica una tessera del volontario che ti faccia cenare gratis al ristorante o ti permetta di andare a vedere film al cinema, che ti faccia volare gratis e che ti dia libero accesso ai musei.

Sarà pure una cosa nobile, ma per campare ci vogliono i soldi e i soldi si ricavano da uno stipendio. Ergo: no, grazie.

 

“Master in Giornalismo Sociale, IV edizione. Iscrizioni aperte fino al 31 ottobre. Costo 1.500 euro.” Bello.

Stavo passeggiando davanti la bacheca dell’Università, nesuna lezione o esame, stavo raggiungendo la mia migliore amica. Mentre l’aspettavo fuori dalla facoltà di Lettere il mio sguardo si è un pò perso nella lettura di quel volantino.

Giallino, un pò accartocciato, dalla grafica demodè e poco curata. Però era bello, non ho potuto fare a meno di pensarlo. Ho copiato il numero ma sapevo che sarebbe rimasto memorizzato sul cellulare inutilmente.

 

“Ciao Ga, scusa se ti ho fatto aspettare!”

“Tranquilla, stavo prendendo questi contatti, nemmeno me ne sono accorta di quanto tempo sia passato.”

“Devo andare a ritirare un libro, vieni?”

Ci incamminavamo così nel traffico di Palermo.

Per chi non lo sapesse, Palermo è una città bellissima, caotica e trascurata. Come quelle donne di mezza età, la cui bellezza non è andata via, ma restano comunque segnate dal tempo che passa. Le rughe sanno di vissuto e nonostante un filo di rossetto scolorito a fine giornata, sono sempre affascinanti e misteriose.

Era questa per me Palermo, la città che mi aveva offerto una Laurea e che mi aveva dato momenti di leggerezza con le persone che amavo; il posto di altrettanti fallimenti sofferti, tollerati, accettati.

Una volta in libreria ho iniziato a girovagare tra gli scaffali.

Mi piaceva l’odore della carta, amavo le copertine rigide. In un modo o nell’altro penso preservino e conservino in libro per sempre. È una corazza che costudisce qualcosa di prezioso.

Prendevo in mano un libro della sezione “autori emergenti” quando a distanza di pochi metri ho riconosciuto di spalle Sergio.

L’avrei riconosciuto anche vestito di viola in mezzo ad un campo di lavanda.

Mi sono nascosta dietro una piramide di libri fantasy, facendo finta di essere interessata al genere e alle nuove uscite, nella speranza che non mi vedesse.

-“Gaia!”

– “Ciao!!!” – Ho risposto io, in una tonalità stridula quanto un si bemolle.

Ho alzato la mano per fare cenno di saluto in modo imbranato e imbarazzato; con un colpo distratto davanti a me iniziava a crollare l’intera pila di libri.

Un tonfo e poi un altro, ancora più fragoroso; le persone vicino a noi si giravano di scatto, un bambino scoppiava a ridere, mentre la mano della madre che stringeva la sua gli faceva cenno di smetterla.

Dopo più di un anno rivedevo l’amore della mia vita (che non lo era e non lo era mai stato, ma era stato tanto idealizzato che ormai lo avevo identificato come tale) e la cosa che avrebbe ricordato di me era soltanto l’immagine di una persona goffa e a disagio.

-“Come stai?” – ho chiesto io, nella speranza di rimediare all’immagine che ormai si era costruito nella sua mente, pensando a quanto fosse stata saggia la scelta di abbandonarmi alla mia sfigata sorte.

-”Sto bene, grazie. Mi sono trasferito a Bologna, ho iniziato a lavorare lì per un’agenzia da circa sei mesi. Mi trovo molto bene, di tanto in tanto torno dalla mia famiglia ma ormai vivo lì. E tu?”

Già, e io? Avevo compiuto 26 anni, non ero riuscita a terminare la Specialistica e a parte collaborare con un Onlus a tempo perso nella mia giornata collezionavo insuccessi. Riflettendoci andavo anche in palestra però.

-”Anche io lavoro, sempre a Palermo. Sono una persona ovvia, eh? Non è cambiato molto dallo scorso anno. Tutto sommato va bene, sono contenta così.”

Già, felicissima. Non avrei mai fatto la parte della debole, soprattutto con la persona che mi aveva scaricata senza troppe spiegazioni.

“Siamo troppo diversi, vogliamo cose diverse” era stata la sua giustificazione.

Salutandolo, ho ripreso a cercare Laura, la quale doveva essersi persa nel reparto psicologia.

– “Sono qui, pago e andiamo”.

Meno male. Mi sentivo in gabbia.

Raccontando velocemente e sommariamente l’incontro alla mia amica, tanto comprensiva quanto profonda, mi rendevo conto che non tutti i mali vengono per nuocere.

Che ovvietà. È pur vero che per ogni perdita c’è un ricambio: chi l’ha detto che sarebbe stata quella la cosa giusta, la circostanza giusta, la persona giusta e il momento giusto?

Una volta salutata ho ripreso la strada verso casa.

C’era ancora molta luce, nonostante fossero le 19.00.

Ripensavo alle parole di Laura e sentivo meno la presenza dei “buchi” nella mia vita.

C’erano, per carità. Di sicuro non stavo vivendo la vita che avevo sempre immaginato, però stavolta guardavo ciò che c’era attorno al buco.

Guardavo il pezzo di formaggio della mia famiglia, il pezzo dei miei amici e quello della mia Laurea.

Guardavo il formaggio della stima, dell’affetto che persone più o meno vicine avevano per me. C’erano poi i pezzetti dell’Associazione, tutti i ragazzi e i colleghi che mi volevano un bene dell’anima.

Tra buchi e formaggio il bilancio era equilibrato.

Perdite e acquisti, entrate e uscite… 50/50.

“Beeeep”

-”La solita mail. Devo silenziare, uffa.”

 

“Buonasera, la nostra redazione ha valutato positivamente il suo curriculum e selezionato il suo articolo di prova. Pertanto la invitiamo a recarsi giovedì 12 maggio alle ore 16,30 presso la nostra sede di Vicenza, in Via Pirandello 142. Distinti saluti”.

 

Questo non era di certo un buco. Era una forma di formaggio di 40 kg, intera e anche DOP.

Ero felice di aver conosciuto i “buchi”; se non hai dei buchi nella vita non puoi di certo apprezzare l’intero.

 

 

Gaia Di Giorgio 

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