23 marzo 2015

Bianco

A Francesco.

 

L’uomo è chiuso nella stanza bianca da tre giorni. Almeno è quello che crede. Che tenta di credere per non impazzire del tutto. Non sa più calcolare il tempo che, come è naturale, ha bisogno di punti di riferimento per essere calcolato. E qui in questo accecante bianco luminoso, il tempo s’è squagliato come del ghiaccio in una giornata di luglio.

Da quando è qui non mangia e non beve nulla. Non sa com’è arrivato.

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Tranquillo, è questo il nome dell’uomo, era stato di segno opposto al nome che portava. Stare con lui è come vivere con la furia della tempesta, come avere un ago piantato in mezzo alle chiappe, diceva di lui la moglie, scuotendo la testa. Ma non l’aveva mai lasciato perché l’amore mette toppe enormi ad enormi sbreghi.

 

Tranquillo ha le grosse mani appoggiate alle ginocchia. Lo sguardo posato sulle dita dei piedi, come a contarle. L’uomo è completamente nudo. La pancia gonfia e dura si appoggia alle ginocchia come per non cadere. I capelli brizzolati, unti e spettinati. Due occhiaie pronunciate. Chi l’ha portato qui gli ha tolto tutto. Ma lui non ricorda niente di quel momento. C’era stato un prima ed ora c’è un poi.

Tranne il presente è tutto sparito. Come un quadro dipinto di bianco. Come dopo una sbornia fra amici. La stanza è senza finestre. Potrebbe essere ovunque. Non fa caldo e non fa freddo. L’uomo non prova né fame né sete. Lui che non ricorda d’avere amato così tanto la buona tavola ed il buon vino.

Tranquillo si sdraia e cerca di chiudere gli occhi ma non riesce a dormire. Sarà questo il sogno, pensa e vorrebbe svegliarsi.

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Dopo un tempo che gli è parso interminabile, Tranquillo si sveglia. Si meraviglia di essere ancora nello stesso posto. Si deve essere addormentato, pensa. La luce non s’è mai spenta. Tutto quel bianco lo fa impazzire. Si accarezza la pancia gonfia e sorride. È il ghigno di chi non trova via d’uscita. Si guarda intorno ancora una volta. Sarebbe l’uomo più felice del mondo se solo notasse una minima variazione in tutto quel niente. Vorrebbe che cambiasse qualcosa ancora. Perché essere vivo è quando le cose cambiano, si dice in testa. Non ha mai pensato cose simili prima. Prima di trovarsi qui, adagiato in questa ovatta. Senza rumori. Senza via d’uscita. Senza. Tranquillo chiude gli occhi ed ascolta il suo respiro. Si abbandona al movimento lento e regolare del suo torace e senza pensare canta. Mugugna fra i denti una filastrocca di quando era ancora piccolo. Non ricorda di esserlo stato. Non ricorda chi gli ha insegnato quella nenia. Non ricorda niente di niente.

 

Era stato suo nonno, mentre passeggiavano nei boschi lungo il fiume. Quando ancora sembrava avesse senso la strada che ti passa sotto i piedi. Prima che suo nonno morisse, prima delle delusioni, delle fregature, della povertà, di sua moglie. Prima.

 

L’uomo russa sdraiato nel letto immacolato. Unico mobile in quei tre metri per tre. Le pareti non hanno angoli. Sono smussati, arrotondati come quei cubi morbidi con cui giocano i bambini. L’uomo sogna un villaggio. Sogna una casa dalle pareti grigie. Sogna un tavolo in finto ciliegio. Sogna una moglie ed un figlio piccolino che ora dorme in braccio alla moglie.

Nel sogno sta urlando e non sa il perché. La donna ripara il piccolo fra le braccia. Come a nasconderlo dentro di sé. Poi la mano dell’uomo, chiusa a pugno, colpisce il vetro della finestra e lo spacca. La donna piange e sparisce dietro ad una porta chiusa.

È mezzogiorno e fuori c’è il sole.

 

L’uomo riapre gli occhi e prova a parlare. Dice delle cose che gli appaiono senza senso. Non ricorda niente del sogno che ha appena fatto e come ogni volta si stupisce della voce acuta che gli sale dal ventre, in netto contrasto con la sua corporatura massiccia.

Si guarda intorno come un animale braccato. Vorrebbe qualche indizio. Capire chi è. Almeno qualcosa, un po’ di bussola in quel tremendo mare aperto. Perché non c’è niente di più terribile che non poter ricordare. Un uomo vuoto seduto nel vuoto.

 

Tranquillo si sdraia di nuovo e cerca d’immaginare cosa può esserci stato prima che ora non c’è più. Ma non ricorda, la mente non trova appigli per scalare la montagna del passato. E così passa altro tempo. Mentre il tempo non passa mai.

 

Nel sogno sta correndo, trascinandosi per una strada. La gente lo scansa inorridita mentre lui passa. Lui non guarda nessuno. Non vede nessuno. Nel sogno è primo pomeriggio. Lo sappiamo da come le ombre sono ancora corte, attaccate alle cose.  L’uomo cerca il fiume. Come un cane segue una pista. Piange disperato mentre aumenta il passo. È strappato a metà, lacerato, come un foglio di giornale abbandonato in un cortile.

 

L’uomo si sveglia di soprassalto. Gli è sembrato di sentire un rumore ma è solo la sua immaginazione. Il bianco lo abbraccia e lo macella. Tranquillo si mette a piangere senza sapere il perché ma in quel pianto è come se si sciogliessero le pareti. La sedia su cui è seduto. Tutto cambia di significato. L’uomo porta la testa alle ginocchia. La schiena sussulta come percossa dai singhiozzi. Sembra una pietra che fra poco si metterà a rotolare.

Ancora nessuno arriva.

 

Tranquillo ha smesso di piangere. C’è qualcosa di nuovo e non sa cosa. È come se un forte vento avesse smesso di soffiare. Si alza, si avvicina alle pareti e per la prima volta da quando è arrivato qui, esplora con le dita la superficie perfettamente liscia della stanza. Quando arriva esattamente al centro della parete, una porta si apre. Mai avrebbe pensato ci fosse. Mai si sarebbe vista ad occhio nudo. Tranquillo spinge la porta e sorridendo esce.

 

Le pareti della stanza sono immerse in una luce quasi accecante. Non era abituato a tutto quel chiarore. Una mano lo prende delicatamente per la testa. C’è del rosso ovunque. Ovunque è tutto bagnato. Appena fuori, urla. Piange. Come a liberare, da sotto una pietra, milioni di farfalle rimaste intrappolate in un buco. Si guarda intorno senza vedere niente. Ha orecchie nuove per tutto. Per le voci, dal diverso timbro, di cui non riconosce il suono. Per la musica che viene da un altro luogo. Poi a un tratto si trova nel posto caldo dei suoi desideri e tutto si fa più calmo. Qualcuno ride. Lui si appoggia a un cuore. Una donna lo tiene fra le braccia. Un uomo ride e gli accarezza la testa.

2 chili e 38 grammi. Maschio. È mezzogiorno e fuori c’è il sole.

 

“Bianco” fa parte della raccolta di racconti “Il naturale evolversi dei fatti”.

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