11 marzo 2015

Il bosco

Silvia si fa strada tra le radici contorte e i cespugli spinosi del Bosco, la sua veste immacolata la segue leggera. Cammina a piedi nudi, con un passo delicato come un’ombra, fino a raggiungere la radura con la vecchia quercia, scura e maestosa.
In mezzo alla radura c’è un altare, un blocco di pietra ruvida su cui bruciano delle corone di ramoscelli intrecciati. Alcune delle sue sorelle sono lì, in cerchio intorno all’altare, immobili nelle loro vesti bianche. Altre ancelle arrivano dal bosco, portano le loro ghirlande di legnetti tra le mani, poi le gettano nel fuoco che le divora scoppiettando lentamente. Anche Silvia porta la sua corona: è fatta di ramoscelli scuri e spinosi, con bacche rosse. Le ancelle li raccolgono dai cespugli sacri del Bosco. Molte di loro hanno le mani graffiate.
Silvia lascia cadere la sua corona nel fuoco che divora tutti quei legnetti scuri e contorti e tutti i loro frutti rossastri. Le ancelle si tengono per mano, intorno all’altare. Sussurrano parole di una lingua dimenticata che si intrecciano con le spirali di fumo del braciere.

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Silvia era entrata nel Bosco molto tempo prima, in un giorno lontano che il tempo comincia a sbiadire. Non sa quando uscirà. Ogni giorno una delle sue sorelle sparisce e un’altra prende il suo posto, finché i volti si sfumano e si mischiano. Sotto i cappucci bianchi, Silvia non riconosce più facce familiari.
Quando è entrata in questa foresta oscura, Silvia scappava dalla pietra fredda della Città, dai suoi templi e dalla sua corruzione. Cercava un senso da dare alla propria vita. Tutto ciò che conosceva sul Bosco veniva dai racconti che sua nonna bisbigliava la sera, davanti al fuoco. Silvia e le sue sorelle ascoltavano attentamente quelle storie spaventose, che parlavano di fanciulle vestite solo con una veste bianca che venivano inviate nel Bosco, per essere mangiate dal Lupo.
Silvia ci era andata di sua spontanea volontà. Da quel giorno, aveva sempre saputo cosa fare. Ogni giorno vaga tra gli alberi e raccoglie ramoscelli con cui intessere ghirlande da bruciare al tramonto. Non parla mai con le sue sorelle.

Il rituale finisce quando le corone sono bruciate. Le preghiere si fermano e le ancelle restano immobili a fissare il fumo che si dilegua nella foresta scura. Silvia si sente parte di un ciclo eterno, di una natura che rigenera se stessa all’infinito, per sempre.
Le ancelle si allontanano in silenzio dalla radura e tornano ad immergersi nell’antica oscurità del Bosco. Silvia cammina tra le piante nere e contorte, mentre rami affilati le graffiano le gambe e la veste immacolata si impiglia in piccoli cespugli spinosi.
Mentre il sole cala, raccoglie qualche bacca rossastra e la mangia, gustandone l’acidità pungente. Si corica ai piedi di un albero antico e mormora una preghiera. Sa che il Lupo arriverà anche questa notte, come sempre, ad inseguirla nei suoi sogni. Si addormenta tra le radici scure e nodose.

Silvia corre nel Bosco. Inciampa nel terreno irregolare, rami scuri la sferzano fino a farla sanguinare. Il Lupo è dietro di lei, il suo manto è scuro e i suoi occhi rossi brillano e sembrano le bacche scure di un cespuglio.
Silvia ha il fiato corto, continua a inciampare. Rivoli caldi colano dalle ginocchia sbucciate. Controlla l’oscurità dietro di sé: gli occhi infuocati della bestia la seguono, implacabili e spietati.
Cade, rotolando in un cespuglio. Le spine dei rametti sottili le lacerano la veste e le graffiano la pelle. Rivoli di sangue bagnano la tunica immacolata e donano sfumature rossastre ai rami carichi di bacche dell’arbusto.
Il Lupo è sopra di lei, apre le fauci davanti alla sua preda. Silvia sente le zanne che le lacerano la carne e la veste, mentre il suo sangue tinge di rosso le radici del cespuglio spinoso e carico di bacche.

Silvia si sveglia, il velo dei suoi sogni tormentati si squarcia. La sua veste è integra e pulita. Sulle sue gambe non c’è traccia di graffi. L’oscurità intorno a lei è la stessa del suo sogno, tranne per sottili raggi di luce che penetrano i rami intricati delle piante del Bosco. Mangia qualche bacca acida, si alza e comincia a camminare tra le radici irregolari. Tra gli alberi vede qualche ancella che cammina: sono solo macchie bianche nell’oscurità, nessuna presta attenzione alle altre.
Silvia nota un cespuglio enorme, scuro e pieno di bacche, proprio di fianco a lei. Si inginocchia e comincia a strapparne dei legnetti. Le sue mani esperte corrono veloci, intrecciando i ramoscelli flessibili e aguzzi che le pizzicano le dita. Da qualche graffio esce un po’ di sangue, rosso come le bacche dei cespugli.
I raggi di luce che filtrano dalla volta del Bosco cambiano inclinazione e colore. Nell’oscurità silenziosa, l’unico suono è lo scricchiolio dei ramoscelli che si incrociano e si spezzano, mentre la ghirlanda prende forma. Ogni tanto Silvia mangia qualche bacca.
Quando l’ultima lama di luce comincia ad affievolirsi, Silvia finisce la sua corona. La contempla un attimo, tenendola sospesa davanti a sé. È grande e spinosa, i sottili ramoscelli scuri sono intrecciati in una struttura solida. Tra questo intrico spunta il rosso delle bacche.

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Silvia sente che è ora di andare. Si alza e si incammina verso la radura. Segue le indicazioni degli alberi: nel Bosco non c’è nessun sentiero.
È la prima ad arrivare alla radura. Silvia getta nel braciere la sua corona di ramoscelli, poi prende il suo posto intorno all’altare. Apre le braccia e comincia a sussurrare le solite parole in una lingua dimenticata. Gliele dettano gli alberi, il fumo della ghirlanda che brucia e le bacche rosse dei cespugli. Quelle preghiere sono scritte nel Bosco intorno a lei.
Una dopo l’altra arrivano le altre ancelle, seguite dal fruscio delle vesti bianche. Altre ghirlande vanno ad alimentare il fuoco, altre figure si dispongono in cerchio, intorno all’altare. Si tengono per mano e sussurrano le stesse parole. Come ogni volta, il rito si conclude, le lingue di fumo si dissolvono e gli ultimi raggi di sole svaniscono, consegnando il mondo all’oscurità della notte.

Silvia ritorna nel Bosco, raccoglie delle bacche da mangiare e vaga, in cerca di un giaciglio. Dietro di lei sente lo scricchiolio di un ramo calpestato e spezzato. Quando si volta, scorge due occhi rossi come la brace e una pelliccia nera come la più antica oscurità del Bosco. Silvia comincia a correre e il Lupo la insegue con il suo passo leggero.
Incespica nelle radici irregolari, i rami aguzzi la graffiano. Piccole gocce di sangue le colano sulla tunica immacolata. Silvia inciampa e si sbuccia le ginocchia, ma si rialza subito e ricomincia a correre. A tenerla in piedi è la forza della disperazione. Ha il fiato corto e rivoli di sangue caldo le scorrono sulle gambe. Le lacrime le offuscano gli occhi. Silvia cade e rotola in un cespuglio. Le spine di tanti piccoli rametti le si conficcano nella pelle.
Il Lupo poggia una zampa sul ventre di Silvia.

La luce dell’alba si fa strada tra i rami contorti degli alberi del Bosco. Dove Silvia è caduta c’è solo un cespuglio, un enorme groviglio di rametti spinosi e intricati con bacche rosse come il sangue. Non c’è traccia della veste bianca e il sangue sembra essere stato assorbito dall’arbusto.

Quando si risveglia, Silvia realizza subito di non potersi muovere.
Apre gli occhi e vede un punto dorato sopra di lei, una crepa che si apre nel guscio dell’esistenza, fino ad avvolgerla in un manto di luce.
C’è un labirinto di rami e fronde sopra di lei, come se fosse sdraiata a terra. La sua vista è appannata e tutti i contorni sono smorzati e sbiaditi. Dentro di lei ci sono il silenzio e la tranquillità di una volta stellata. Silvia ha una percezione diversa del suo corpo. Sente di pervadere il cespuglio, di essere il flusso di linfa che scorre in quei rametti sottili, sente il gusto acre e acido delle bacche rossastre, sente il suo corpo continuare sotto terra in un intrico di fili e diramazioni, per trarre nutrimento dal suolo fertile.
Percepisce tutto quello che avviene intorno a lei con una nuova sensibilità. Tutti i suoni sono amplificati, sente i passi di tutte le ancelle, i fruscii delle loro vesti, lo scricchiolio dei rametti che calpestano. Sente tutto ciò come se avvenisse sulla sua pelle, come se toccasse il terreno di tutto il Bosco, come se fosse in tutte le foglie e le radici che lo coprono. La sua anima è frammentata, dimora negli angoli più oscuri e antichi della foresta, è collegata da un flusso vitale ad ogni albero. Le fronde nodose accarezzate dalla luce solare e i cespugli spinosi sono come appendici del suo corpo. È imprigionata in un cespuglio spinoso, ma nella totale fusione con l’eterno ciclo della natura, Silvia capisce quale è il destino di ogni ancella.

La notte insegue il giorno e la vita scorre senza sosta nel Bosco, impregnandone ogni foglia, ogni ramo e il terreno stesso.
Un’ancella si avvicina al cespuglio, a segnare il compimento di una vita. Silvia viene investita da un dolore che accetta volentieri. Uno dopo l’altro sente spezzarsi i suoi rametti, mentre dalle mani ferite della ragazza le cadono addosso piccole gocce di sangue. Sente i suoi ramoscelli che si piegano sotto il tocco gentile e abile dell’ancella. L’ancella mangia qualche bacca e completa la sua opera mentre il sole sta per tramontare. Silvia vede reciso quel flusso di vita che la collegava al Bosco mentre l’ancella trasporta la ghirlanda verso la radura. È il compimento, il senso ultimo, l’atto finale della continua distruzione nel ciclo della natura.

Quando l’ancella getta la corona nel braciere, Silvia si sente avvolta da un fuoco caldo che la circonda, mordendola ovunque, divorando con un continuo scoppiettio tutti i rametti e le bacche.
Mentre il suo corpo si trasforma in cenere, Silvia si alza leggera nell’aria, sollevata da una lingua di fumo.

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Nicolò Generoso 

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